La Lega invita a licenziare gli operai italiani per trasferire la produzione in Crimea: «Lì un operaio specializzato costa 100 euro al mese»



Cari imprenditori del nordest, licenziate immediatamente quei luridi operai italiani che lavorano nelle vostre fabbriche e traslocate la vostra produzione in Crimea: grazie alla guerra, lì potrete sfruttare le popolazioni locali, potrete pagare gli operai uno sputo e potrete arricchirvi a vantaggio dell'economia Putin. È più o meno questo il messaggio inviato agli imprenditori italiani dall'associazione leghista Lombardia Russia in collaborazione con l'associazione leghista Venero Russia.

Nonostante sia tutt'altro che dimostrato che l'invasione russa della Crimea sia andata a buon fine, le associazioni leghiste spergiurano che quelle siano ormai un dato di fatto e dicono:

Nel Febbraio 2014, durante le olimpiadi invernali di Sochi (Russia), in Ucraina avviene un colpo di stato. Il presidente eletto legittimamente e con regolari elezioni (certificate dall’OSCE), Viktor Janukovyč, viene spodestato dall’attuale governo con un golpe sanguinario e violento (Maidan). In questo contesto, come previsto dalle leggi internazionali, la Costituzione ucraina è decaduta. Essendo decaduta le popolazioni possono decidere se riconoscere il nuovo governo golpista insediato oppure, tramite il diritto dell’autodeterminazione dei popoli, non riconoscerlo, indire regolare
referendum e autoproclamarsi “Repubblica”.
Questo è esattamente quello che è successo in Crimea ora parte della Federazione Russa e nelle regioni di Donetsk e Lugansk. Oggi autoproclamatesi “Repubblica Popolare di Donetsk” (DNR) e “Repubblica Popolare di Lugansk” (LNR). [...] Le Repubbliche si sono dotate di un Governo autonomo, targhe, presto anche passaporti che verranno riconosciuti in Russia. La moneta corrente è il Rublo russo e la lingua ufficiale è il russo. I confini sono ben marcati e le Repubbliche sono pronte per accogliere investitori ed imprenditori stranieri.

In maniera ancor più esplicita, si passa poi a raccontare che la morte e la distruzione provocate dalla guerra possano essere ritenute motivo di guadagno economico per chi vorrà sposare la sua produzione nei territori ucraini:

L’economia della DNR a causa della guerra si è praticamente azzerata. Poche sono le attività economiche che sono sopravvissute. Ora essendosi stabilizzata la situazione derivata dal conflitto, hanno tutta la volontà di far ripartire la loro economia come e meglio di prima. Per fare ciò essenziale sarà l’intervento di imprenditori ed investitori stranieri che portando il proprio know-how e investendo un capitale minimo, ridiano slancio all’economia della Repubblica. Da considerare il fatto che prima del conflitto i territori che oggi sono DNR e LNR occupavano un decimo del territorio ucraino ma producevano 1/3 dell’intero PIL dell’Ucraina.
I primi investitori stranieri ovviamente sono arrivati in DNR dalla Russia, acquistando e rilanciando centri commerciali e grandi magazzini che ad oggi già lavorano e forniscono prodotti e servizi alla cittadinanza.
Ultima importante considerazione, tutto ciò che verrà prodotto in DNR troverà mercato sia all’interno delle 2 repubbliche ma soprattutto, avrà la possibilità di essere esportato molto facilmente in Russia, bypassando l’embargo della Federazione Russa sui prodotti agroalimentari e non solo.

E sempre con toni promozionali di chi pare voler vendere la povertà come una risorsa utile a chi si vuole arricchire, aggiungono:

Lo stipendio medio di un operaio specializzato è di circa 100 euro al mese + un 31% a carico dell’imprenditore comprensivi di tutte le voci di spesa: previdenza, tasse sul reddito, ecc…
Non sono previste tasse sul fatturato ma bensì sui ricavi. Per gli investitori stranieri che decidono di insediare il loro business nella DNR queste tasse sono, ad oggi, allo 0% (zero %). Il costo della corrente elettrica è di 0,01 euro al KW/H. I dazi da e verso la Russia variano dal 7 al 15% in base alle categorie merceologiche.

Tutto questo avviene mentre Salvini si è recato ancora una volta in Russia e continua a fare facile populismo nel suo raccontare che lui è contro la moneta unica e l'Europa, preferendo «il coraggio di Putin, Trump e Le Pen». E se lui avesse un minimo di coraggio, forse racconterebbe ai suoi elettori che vuole farli licenziare per compiacere quell'Alexey Komov che lavora per il magnate che finanziò l'invasione Ucraina, che risulta presidente onorario dell'associazione Lombardia Russia e che appare di frequente sui palchi delle convention del Carroccio.
E il bello è che Salvini pare anche voler prendere in giro i suoi seguaci nel promettere che lui farà di tutto per difendere il made in Italia. Peccato che se "per Made in italy" si intenderà una produzione di un imprenditore italiane eseguita in Crimea, ad arricchirsi sarà Putin mentre gli italiani saranno portati alla fame.

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