Shalpy diffonde immagini della propaganda integralista per insultare chi si è battuto per i suoi diritti



Quando si ha l'impressione di essere dinnanzi al disperato tentativo di cercare visibilità, certe opinioni non meriterebbero neppure di essere prese in considerazione. Ma dato che le dichiarazioni contro i gay pride di Shalpy sono riuscite a raggiungere la stampa nazionale per contribuire alla causa di Adinolfi e degli altri detrattori dell'omosessualità, forse vale la pena spendere due parole.
Veniamo ai fatti. Il cantante (un tizio che senza le rivendicazioni dei pride verrebbe oggi ancora definito come un invertito e sodomita) se n'è uscito con un messaggio pubblicato su Twitter in cui dichiara: «Credo che il gaypride stia diventando obsoleto se vogliamo andare avanti dobbiamo sentirci uguali senza orgogli inutili siamo gente normale, combattere i nostri diritti senza culi al vento ma seri nelle sedi opportune».
Se tanto basta a domandarsi a quali pride abbia partecipato per vedere quei «culi all'aria», l'impressione è che il cantante sia sparando a zero sulla base di mero pregiudizio contro quella gente che si è battuta per fargli avere i suoi diritti... ma dato che lui probabilmente si reputa "migliore" di loro, ecco che si dice loro che hanno sbagliato tutto dato che lui avrebbe sicuramente fatto di meglio. Ovviamente la sua invettiva si ferma alla pura critica senza proporre alcunché, motivo per cui non sappiamo se lui chieda di andare in giro con un cadavere come fanno i fedeli di Padre Pio o se preferiscono gente travestita da cavalieri e dame com'è solito fare Gianfranco Amato quando marcia insieme al suo Gran Maestro. Chissà, forse vuole anche vestitini blu e rosa come quelli con cui gli omofobi rivendicano ruoli sociali da associare al sesso di nascita...
Quel che sappiamo, però, è come la sterile critica giunga da un personaggio che ha non mai fatto nulla per la comunità: per anni si è finto etero per non danneggiare la sua carriera e ha fatto coming out solo quando quel gesto gli avrebbe potuto regalare un po' visibilità in un tempo in cui intere generazioni non avevano mai sentito parlare di certo. Di certo non è uno di quei precursori che hanno messo a rischio il proprio futuro artistico pur di rivendicare il loro diritto all'amore.
Ma a far restare di stucco è come il suo messaggio sia stato accompagnato da immagini decontestualizzate che spopolano nelle pagine del Popolo della famiglia di Mario Adinolfi. Associare i gay pride italiani a quelle immagini non solo è disonesto, ma è un vero e proprio insulto a chi vi prende parte.
Riguardo al parlare di «orgogli inutili», il riferimento pare sottolineare come il cantante non sappia di che cosa stia parlando. Basterebbe anche solo consultare Wikipedia per sapere che quel termine indica «la fierezza di essere quel che si è, da parte delle persone omosessuali. Traduce l'inglese gay pride: qui la parola pride non va intesa nel senso italiano di "arroganza" bensì nel senso di: "opposto della vergogna"». Se Shalpy vuole vergognati di essere gay, probabilmente potrà confrontarsi con Giorgio Ponte o con il partito di Adinolfi, ma non certo con chi crede che essere gay sia un qualcosa che merita totale rispetto e pari dignità.

Non va meglio con i messaggi diffusi dalla sua "fan page", pronta ad aggiungere che «Bisogna manifestare in modo normale, non eccessivo per fare passare un messaggio d'uguaglianza che i media boicottano». Ed ancora: «Il gaypride andava bene decenni fa, ora è anacronistico, non esiste più l'orgoglio gay, siam tutti esseri umani normali senza ghettizzarci».
Bhe, se manifestare in maniera allegra è ghettizzatasi e mettersi corna da unno per partecipare ai raduni di Pontida è il modo "normale", forse qualcosa non torna. Ma a non tornare è anche il voler rinnegare la propria storia dato che furono dei travestiti a dare vita al movimento gay in virtù di come i meno visibili accettavano l'idea di poter convincere con il pregiudizio fino a quando non erano loro i più bersagliati. Quando Shalpy sostiene che chi ha ottenuto qualcosa dovrebbe limitare la libertà di espressione altrui nella speranza di accontentarsi di aver ottenuto qualcosa, non diamo distanti da ciò che propone Toni Brandi quando invita i gay a discriminare le transessuali dato che così ottenerebbero più accettazione da chi li odia.
Inutile a dirsi, tutto ci porta a ritenere che ancora una volta si sia dinnanzi a chi di lamenta della discriminazione mentre si rende simile ai propri detrattori nell'attaccare chi si batte quotidianemante per i diritti di tutti, magari credendo pure alla propaganda integralista quando ci attacca ciòc he pare evidente lui non conosca (pur ritenendosi nel diritto di criticare). Perché chi ha marciato per quelle strade di certo non si troverebbe a parlare di «culi al vento» che semplicemente non esistono. Non parlerebbe di «eccessi» e non vomiterebbe odio per cercare disperatamente un po' di visibilità mediatica sulla pelle altrui. O quantomeno ci penserebbe un minuto prima di attaccare i pride italiani con immagine prese da città statunitensi in cui la nudità non è reato, soprattutto quando per i suoi comodi lui se n'è andato proprio negli Stati Uniti a sposarsi grazie all'impegno di quelle persone che lui denigra con così tanto fervore e tanta ostentazione della sua lontananza da ogni forma di attivismo.
E se negli Stati Uniti esiste il matrimonio egualitario nonostante i «culi al vento» mentre in Italia ci sono solo delle misere unioni civili, forse è anche a causa di chi non si è mai fatto problemi a promuovere la disinformazione pur di conquistare un qualche trafiletto sui giornali, così come Dolce e Gabbana insegnano.

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