Adinolfi sostiene di essere tra i maggiori esperti italiani di web e social network, ma i dati lo sbugiardano



Nel 2013 Mario Adinolfi pubblicò su Facebook di un curriculum in cui l'integralista apparve particolarmente generoso nell'esaltare le sue "gesta" professionali. Si vantava di essere stato il direttore di The Week (ovviamente omettendo di indicare come lui lo condusse velocemente al fallimento), si vantava di aver fondato un partito apolitico (senza indicare i numeri ridicoli ottenuti alle urne che portarono al suo repentino scioglimento) o in si presentava come lavoratore Rai (anche qui omettendo di scrivere che vi entrò attraverso i sindacati e non certo tramite un concorso pubblico). Ma davvero tragicomico è il passaggio in cui affermava:

Tra i maggiori esperti italiani di web e social network, il suo blog sulla piattaforma del Cannocchiale ha più di dieci anni di vita ed è stato letto da cinque milioni di persone. Pioniere della presenza italiana su Youtube, Facebook e Twitter è tra i giornalisti italiani con il maggior numero di followers (oltre sessantamila su Twitter). Dalla sua presenza sulla rete sono nati alcuni suoi romanzi e saggi tra cui "Email - lettera dalla generazione invisibile" (Halley, 2004) e "La ricerca della costante" (Aliberti Castelvecchi, 2010). Sempre appassionato di politica, ha anticipato i temi della democrazia diretta via web candidandosi a sindaco di Roma nel 2001 con la lista generazionale denominata proprio Democrazia Diretta avente come simbolo la chiocciola di internet. Proveniente dalla militanza nel cattolicesimo politico, è stato giovanissimo tra i fondatori del Ppi e poi tra i candidati alle primarie fondative del Partito democratico, di cui è stato deputato nella XVI legislatura, non ricandidandosi poi alle elezioni del febbraio 2013 e abbandonando la politica attiva per tornare alla professione di giornalista, scrittore e polemista.

Se pare buffo citare dei propri scritti sostenendo che il parlare di sé stesso basterebbe ad auto-attribuirsi popolarità, altrettanto evidente è come si vanti del suo far polemica su tutto al punto da aver coniato un neologismo dedicato proprio all'identificarsi come la vocina fastidiosa che fa sterile e polemica su tutto e contro tutti per denaro.
E che dire del suo auto-proclamarsi uno «tra i maggiori esperti italiani di web e social network»? Il conto matematico appare impietoso: cinque milioni di pagine viste in dieci anni corrisponde a 1.369 pagine al giorno, ossia un dato che rappresenterebbe un evidente fallimento. E non pare andare meglio con la sua carriera "pionieristica" sui social network dato che Twitter è nato nel marzo del 2006 e lui ci arrivò solamente nel 2008 (peraltro senza suscitare alcun interesse dato che in un anno e mezzo di attività il suo profilo contava solo 449 follower).

Se i dati disponibili non permettono di comprendere quale sia stata la crescita dei suoi follower, il suo curriculum ci informa che nel 2013 erano cresciuti a 60mila. Poco importa sapere se quei follower reali o se li abbia acquistati, ci basta sapere che il 15 aprile 2015 (quando Adinolfi decise di intraprendere la carriera dell'omofobo professionista con l'uscita del suo "Voglio la mamma") erano 63.700. La matematica suggerisce dunque una crescita di 8 mila follower all'anno.
Se però osserviamo come oggi i suoi follower sono 72.700, l'implacabilità del calcolo matematico ci indica anche come la sua svolta omofoba lo abbia portato ad una misera crescita di 9mila seguaci in due anni, con una flessione del 50% rispetto al trend precedente. E se ovviamente nessuno crede al suo spergiurare che al family day ci fossero due milioni di persone pronti a inneggiare a lui come al leader massimo cell'intolleranza omotransofobica, persino la reale partecipazione lascerebbe intendere che Adinolfi non sia riuscito tramutare in reale guadagno la sua propaganda. E questo nonostante tutti i dati di mercato gli diano ragione nel sostenere che l'intolleranza vende più dell'amore o mostrino come il fare "il polemista" sia un modo facile di tramutare in fatturato l'ignoranza e i pregiudizi della gente. Ma evidentemente anche in quel campo il nostro Adinolfi ha fallito, collezionando dati risibili nonostante la promozione ottenuta da preti compiacenti che hanno aperto le loro chiese al suo messaggio d'odio.

Un odio che non è certo nuovo, dato che la creazione di opposizioni e il tentare di dichiararsi discriminato dai deboli è ciò che ha sempre contraddistinto l'opera adinolfiniana. Ad esempio è nel manifesto del suo partito che nel 2012 dichiarò di essere pronto a fondare la sua «terza repubblica» che lui esigeva fosse basata sulle «esigenze e bisogni in particolare dei 29 milioni di italiani nati dopo il 1970, che hanno subito come figli la grande rapina ad opera dei loro padri» in virtù di come lui lamentasse una «rete assistenziale e previdenziale tutta stesa a protezione delle fasce più anziane della popolazione, va riequilibrata in nome di una ormai non più rinviabile battaglia serrata e cruciale per l'uguaglianza tra le generazioni».
Ma i dati paiono implacabile nell'osservare come il suo commercio di odio verso gli anziani pare fruttasse più consensi della sua promozione dell'odio verso i gay, sottolineando ancora una volta quanto minoritaria sia la sua isterica lotta volta a sostenere che lui debba valere più degli altri solo perché ha meno remore morali nel ricercare di trarre profitto dalla persecuzione altrui.
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