Continuano le imprecisioni e gli sciacallaggi del Mattino di Napoli in quello che loro chiamano "il delitto gay"



Pare proprio che alcuni giornalisti vogliano a tutti i costi negare qualunque dignità a Vincenzo Ruggiero, da loro ritenuto solo il gay morto perché condivideva casa con "il" transessuale (su molti giornali, ovviamente definito al maschile).
Il Mattino di Napoli ci ha già fatto capire che loro ignoreranno qualunque appello alla dignità della vittima e che i loro articoli continueranno a titolare che quello è il "delitto gay". Per loro non è morto Vincenzo, è morto un gay.
Verrebbe infatti da chiedersi dinnanzi a quale altra vittima di omicidio troveremmo qualcuno che parla della «morte del bel commesso del negozio Carpisa di Marcianise, vincitore del premio Re Gay 2013». Avete mai sentito parlare della «bella Yara» o della «perturbante Franzoni»? No? Bhe, è perché loro erano etero mica gay (che per definizione devono essere tutti giovani e belli, a cui vanno attribuiti vezzeggiativi come se non ci fosse un domani).
In un articolo di Marilù Musto troviamo anche scritto che nel «delitto gay» ci sarebbe stata una doppia vita dell'assassino: «dipendente pubblico di giorno, sexy boy di notte». E se pare difficile comprendere cosa diavolo sarebbe un «sexy boy», l'articolo racconta con pruriginosa morbosità che «Ciro aveva uno pseudonimo sul web, Grinder Boy oppure Lino, le sue foto si possono trovare su alcuni siti di incontri omosessuali chiusi al pubblico, bisogna registrarsi per ottenere un appuntamento con lui».
Peccato che sarebbe bastato loro mettere quelle parole su Google per scoprire già con il primo risultato che la loro ricostruzione era una stupidaggine: Griderboy è il nome di un sito e Lino è il nome del profilo pubblico da escort di Ciro (ora rimosso). Non serviva alcuna registrazione e non bisognava essere iscritto ad alcun «sito di incontri omosessuali chiusi al pubblico»: bastava chiamare il numero di telefonoe ci si metteva d'accordo.
Forse un giornalista serio non solo avrebbe cercato quelle parole, ma magari avrebbe pure provato a fare altrettanto con altri dato che avrebbero potuto dare loro tanti altri risultati (per l'esattezza, ben 2.310): la sua casa era in vendita «causa trasferimento militare» e il suo profilo da escort era presente anche su siti per etero come DonnaCercaIncontri.it. In altri profili in cui si proponeva in coppia insieme alla sua compagna.
A voler dare un senso alle parole, dunque, possiamo osservare che Ciro non era gay ma bisex (come lui si definisce), non era un «sexy boy» ma era un escort (come lui si definisce) e la sua «doppia vita» avrebbe riguardato il semplice fatto che non sia andato dal suo caporale a dichiarare che si prostituiva per arrotondare lo stipendio.
Dio solo sa quanta altra morbosità potremo trovare quando la stampa si accorgerà che si era fatto fotografare mentre faceva la pipì o che aveva un pinocchio tatuato sul pube in cui il suo pene fungeva da naso. Anche qui potremmo portarci avanti sul lavoro osservando come la molteplicità di profili più o meno spinti sembri una semplice mossa di marketing volta a raggiungere target differenti (proponendosi a chi cercava un semplice massaggio o chi voleva una qualche trasgressione).

L'articolo di Marilù Musto prosegue sostenendo che «una cosa è certa: Ciro Guarente, dipendente pubblico in servizio a Roma, ma residente a Ponticelli - entrato nella forza armata nel 2003 - viene definito "drag queen" sui social; non aveva un’esistenza semplice, Ciro. A lui piaceva la trasgressione. Era però ossessivo nei confronti della sua trans, diventata donna dopo una dolorosissima operazione del cambio di sesso».
A non saper sé leggere né scrivere, si potrebbe pensare che Ciro venisse definito «drag queen» perché faceva la drag queen. E non risulta chiaro da dove si desumerebbe che «a lui piaceva la trasgressione» se si cita il suo essere una drag queen o il fatto che avesse una compagna transessuale.
Pare sia mero sciacallaggio da parte del giornalista il parlare «di una dolorosissima operazione del cambio di sesso» a fronte delle immagini pubblicate su internet che nostrano una donna non operata (dato che sarebbe sensibile ma che loro spiattellano ai quattro venti spergiurando ciò che parrebbe non vero).

Non va certo meglio su Il Sussidiario, dove l'auro del loro articolo che cita Il Mattino di Napoli nel dichiarare che «l'omicida era infatti un uomo della Marina Militare. Un anno fa, dopo avere partecipato al gay pride, dichiarò la sua inclinazione sessuale anche sul luogo di lavoro».
Ed è così che un orientamento sessuale viene presentato come una «inclinazione sessuale» non senza sostenere che «pare infatti che l’Esercito lo abbia declassato a ruolo civile a Roma, ma ultimamente era tornato ad Aversa per “controllare” il suo Heven». Suo, al maschile.
E non meno offensivo è come diano per scontato che un gay sarebbe potuto benissimo andare a letto con una donna dato che era una transessuale e loro la considerano un uomo.
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