Ancora disinformazione omofoba a firma de Il Giornale



Probabilmente Montanelli si starà rigirando nella tomba. Chissà se avrebbe fondato un suo quotidiano se avesse saputo che la sua creatura sarebbe diventata uno strumento di propaganda che racconta frignacce al fine di alimentare quell'odio sociale che potrebbe tornare utile ai politici che su quell'odio hanno costruito la loro carriera. Ed è così che sulle pagine de Il Giornale troviamo articolo di disinformazione omofobia che rasentano il ridicolo.
Ne è un esempio il pezzo firmato da Nino Materi dal titolo "Ritardiamo la crescita dei bimbi così capiscono se sono gay". Basta anche solo leggere il titolo per comprendere che le parole sono state svuotate da ogni significato. probabilmente per "crescita" si intende lo sviluppo sessuale, anche se difficilmente ciò potrebbe interessare a dei gay (ossia maschi che si sentono maschi e che amano altri maschi). Più presumibilmente l'articolo voleva parlare dei bambini che manifestano una distrofia di genere, peccato che in quel caso di parlerebbe di transessuali e non di gay.
Dopo l'immagine di bambini piccolissimo, Il Giornale propone un sottotitolo altrettanto fuorviante: "Baby pazienti nei centri per i disturbi dell'identità sessuale. Ormoni per rinviare la pubertà: serve tempo per riflettere". Se si collega quel testo al titolo, pare che il giornalista voglia spacciare l'omosessualità per un disturbo. L'articolo ovviamente non è da meno, sostenendo che:

Una crisi tipica dell'età preadolescenziale che finora era sempre stata affrontata con quelle «medicine» particolari (ma efficacisime) che si chiamano buonsenso, capacità di ascolto, comprensione e sensibilità. I «dottori» di riferimento? Innanzitutto i genitori, poi gli insegnanti. Ma oggi -nell'era del dominio gender correct- in Inghilterra si è scelto di privilegiare la via della «medicalizzazione». In che modo? Bloccando artificialmente l'arrivo della pubertà, per consentire al bambino/a (che ancora non ha deciso se vuol essere maschio o femmina) un «ulteriore periodo di riflessione».

Apprendiamo così che Il Giornale si dica convinto che il genitore e gli insegnanti debbano poter decidere l'identità di genere dei bambini, lamentando che dei dottori cattivi impedirebbero uno sviluppo che renderebbe devastante e difficoltoso ogni intervento chirurgico sulle persone transessuali una volta divenute maggiorenni. Insomma, dato che i transessuali sono odiati ad quel quotidiano e dato che i loro lettori paiono felici di sapere che l'Italia è il secondo Paese europeo per numero di omicidi di persone trans, ecco che ci si può stracciare le vesti se qualcuno non infligge loro inutile sofferenza per il sadico piacere di Materi e dei suoi lettori.

Riportando un virgolettato attribuito a tal professor Clemente Sarri, definito «esperto in andologia pediatrica e dell'adoloscenza», l'articolo pontifica pure:

Ciò che stanno facendo in Inghilterra è aberrante: far assumere in tenera età dosi di ormoni ed estrogeni per stoppare la normale evoluzione sessuale è una pratica aberrante e dalle pericolosissime controindicazioni». Ma l'equivoco nasce forse proprio dall'errata percenzione relativa al concetto di «normalità». Nel caso infatti dei 50 bambini/e che ogni settimana ricorrono nei centri specializzati del Regno Unito alla terapia-gender, è proprio la «normalità» che manca. Sia essa fisica, sia essa psicologica. Un trend in continua crescita tanto che negli ultimi sei mesi gli interventi sui bambini sessualmente in «stand by» sono stati 1.300 e si prevede che il numero raddoppierà il prossimo anno. Una «pausa» spesso sollecitata anche dai genitori dei piccoli, preoccupati dal fatto che, una volta superata la fase-chiave della pubertà, il processo di «revisione gender» possa ormai risultare irreversibile o comunque presentare difficoltà ben maggiori. Intanto alla rivoluzione gender si adegua anche l'estetica delle divise scolastiche con uniformi unisex per maschi e femmine; per non parlare della proposta di rendere facoltativa nel prossimo censimento britannico la domanda sul sesso biologico di appartenenza: motivo? Non discriminare le identità fluide». Prove tecniche di futura civiltà o passi imprevedibili in un buio etico-morale?

Una qualunque ricerca su Internet non ci porta a scoprire chi sia questo professor Clemente Sarri, proponendoci solo una lunga lista di siti integralisti che nel suo nome chiedono che agli adolescenti transessuali si imponga il sesso di nascita.
Non pago di quanto già detto, è lasciando intendere che sia preferibile un bambino morto ad un transessuale felice che l'articolo aggiunge:

Ma, nel caso dei «genderrealignment doctor», il problema riguarda «pazienti» ben più giovani. Come nel caso di «Lily», che ora si chiama però Leo. Quattro ani fa fu il primo, e la sua storia fece scalpore. Aveva 12 anni e viveva Lowstoft, cittadina del Suffolk. Non si sentiva felice ad essere una ragazza, così iniziò una cura presso la clinica Tavistock and Portman di Londra, e dopo un anno di terapia coronò il suo sogno: diventare maschio. «Mi sarei ucciso se fossi rimasto una femmina». Dopo di lui sono arrivati centinaia di «Lily» e «Leo». Che diventeranno presto migliaia.
«La Gran Bretagna fa spesso da apripista -è il commento di Luigi Ippolito, attento analista della realtà inglese-. È già una società post-religiosa e post-razziale: sarà anche una società post-sessuale, nel senso di andare oltre la divisione binaria maschile-femminile?». Come sempre, «seguirà dibattito».

E tra i commenti emerge chiaramente come i lettori di quel quotidiano non siano riusciti a capire di che cosa si stava parlando, riferendosi al titolo per dire che loro vogliono figli eterosessuali e che non accetteranno mai qualunque compromesso non li sproni a fingersi tali e quali a come loro sostengano debbano essere.
E pare anche che nessuno di loro noti che l'incongruenza di come le rivendicazioni integraliste si basano sul sostenere l'esistenza di una presunta «priorità» dei genitori sui diritti dei loro figli, ma quando un genitore decide di assecondare i loro bisogni, ecco che intervengono per sostenere che siano gli altri a dover decidere al loro posto.
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