La «teoria del genere» è un'invenzione orientata alla fabbricazione di un nemico unico e spaventoso



È il Corriere della Sera ad aver pubblicato un'interessante sintesi dell’intervento alla Casa delle Donne di Milano tenuto da Sara Garbagnoli, autrice con Massimo Prearo di «La croisade "anti-genre". Du Vatican aux Manifs pour tous». Di seguito il testo: 

L’espressione «la teoria del genere» (al singolare e senza alcuna altra specificazione) è un’etichetta usata dal Vaticano a partire dall’inizio degli anni 2000 per opporsi ai movimenti femministi e lgbtqi e alle lotte, alle rivendicazioni, ai saperi, alle teorie che tali movimenti hanno elaborato e prodotto. Il discorso che prende di mira il concetto di genere comincia a circolare con la pubblicazione del Lexicon dei termini ambigui e controversipubblicato nel 2003 sotto l’egida del Concilio pontificio per la Famiglia e della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si tratta di un dizionario enciclopedico dedicato alle questioni sessuali e «bioetiche» composto da un centinaio di voci, redatto da più di settanta «esperti» provenienti da una ventina di Paesi, consiglieri e collaboratori di Accademie e Concili Pontifici.

Il volume sistematizza un’ondata polemica contro il concetto di gener lanciata, sempre dal Vaticano, qualche anno prima, a metà degli Anni 90, in reazione a due eventi politici maggiori: la Conferenza internazionale sulla popolazione, organizzata dall’Onu al Cairo nel 1994, e la Conferenza mondiale sulle donne, organizzata a Pechino nel 1995. Durante queste assemblee, cui partecipò una delegazione del Vaticano e, accanto a molte ONG femministe, alcune rappresentanti dell’associazionismo anti-abortista e omotransfobo statunitense, si parlò di diritti sessuali e riproduttivi e il genere fu il concetto chiave usato per nominare le disuguaglianze tra i sessi in quanto prodotto non di un ordine naturale, ma di un sistema di potere, di dominazione. Il sintagma «la teoria del genere» per come è usato dal Vaticano è il cuore di un dispositivo discorsivo che intende riaffermare attraverso nuovi riferimenti (l’opposizione ad una supposta «colonizzazione ideologica», «la difesa del bambino da proteggere») la visione essenzialista secondo la quale uomini e donne non hanno «per natura» lo stesso posto nel mondo e le persone omosessuali, trans e intersex sono inferiori alle persone eterosessuali.

L’etichetta «la teoria del genere» svolge tre funzioni principali nello spazio mediatico e politico: permette la fabbricazione di un nemico unico e spaventoso, opera come colla simbolica che federa un vasto e diversificato fronte di conservatori dell’ordine sessuale eteronormativo e impressiona i terzi (in particolare i legislatori, i genitori), creando un’ondata di panico morale attorno alla questione dell’educazione dei bambini. A partire dall’inizio degli anni 2010, il discorso «anti-gender» si è incarnato, sovente attraverso il sostegno delle diverse Conferenze episcopali nazionali, in forme di protesta organizzate e sostenute dalle reti dell’associazionismo antiabortista, dai gruppi ecclesiastici (in primis, il Cammino neocatecumenale) o tradizionalisti (ad esempio, in Italia, Alleanza Cattolica), identitari, xenofobi o neofascisti (basti pensare, nel caso italiano, a Forza Nuova o a Casa Pound). È importante ricordare che una tale crociata sessista, antifemminista e omotransfoba non è fenomeno solo italiano ma riguarda un numero a tutt’oggi ancora crescente di contesti nazionali: dalla Francia alla Germania, dalla Polonia alla Russia, dalla Colombia al Brasile, dal Messico all’Uruguay. Le ricercatrici e i ricercatori che studiano questi movimenti in un’ottica comparata hanno dimostrato che esiste una forte circolazione dei repertori argomentativi e protestatari e che il riferimento all’«ideologia gender», come si dice in Italia, o a «la théorie du genre», come si è più soliti dire in Francia, o al «Genderismus», come si dice in Germania e Polonia con un neologismo calcato sulle parole «Faschismus» e «Kommunismus», ha permesso la creazione di nuove connessioni e alleanze tra gruppi anti-aborto, antifemministi, omotransfobi e xenofobi tanto a livello nazionale che sopranazionale.

Il principale successo del discorso «anti-gender» è stato quello di riuscire a creare, con la complicità dei media che hanno spesso ripreso in modo acritico i termini utilizzati da questi attori, una controversia pubblica polarizzata attorno a false questioni quali «siete a favore o contro l’ideologia gender?» oppure «l’ideologia gender esiste o no?». Si tratta di un vero e proprio veleno intellettuale che inquina il campo politico: le questioni politiche attorno alle quali dibattere dovrebbero essere come fare per ridurre le discriminazioni strutturali subite dalle donne e/o dalle persone lgbtqi, come fare per disfare, se non distruggere, le fondamenta del sistema eteronormativo che produce gli uomini e le donne come due «gruppi naturali» e complementari. Invece, la circolazione e la diffusione nello spazio mediatico e politico di etichette intellettualmente insensate e politicamente dannose e del principio di visione e di divisione che esse veicolano -supposti «anti-gender» contro supposti «progender»- ha due conseguenze funeste. Da un lato, dà udibilità, simmetrizza e legittima un discorso che altro non è che la riformulazione eufemizzata di posizioni sessiste, antifemministe e omotransfobe. Dall’altro, la deformazione e la demonizzazione delle lotte femministe e lgbtqi sdogana una retorica che poggia su una forma di rovesciamento vittimario da parte di questi attori che si presentano ormai come «il popolo manipolato ideologicamente dalla potente lobby femminista e omosessualista», come «i veri resistenti» contro «il totalitarismo», «i veri rivoluzionari contro il conformismo gay». Ciò è retoricamente possibile perché tali gruppi negano l’esistenza del sistema di oppressione asimmetrico, ovvero, strutturalmente non rovesciabile, che inferiorizza le donne e le persone lgbtqi.

La crociata «anti-gender» si oppone a qualunque forma di denaturalizzazione dell’ordine sessuale prendendosela, in primis, con il genere, ovvero con uno dei concetti chiavi usato dalle femministe a partire dall’inizio degli Anni 70 per nominare, ovvero far vedere, la natura costruita, sociale e gerarchica delle «differenze» tra i sessi. Come le femministe non hanno smesso e non smettono di ricordare, nominare è rivoluzionario. Nominare, far vedere qualcosa che non si vedeva prima permette di svelare. Nominare è, cioè un atto strutturalmente e doppiamente politico che, da un lato, permette l’apertura di uno spazio teorico di analisi – si studia il funzionamento di un sistema di oppressione che ora si vede come tale – e, dall’altro, uno spazio politico di azione. Dire che l’ordine sessuale eteronormativo non è naturale, ma è storico e politico significa dire che, benché feroce, brutale, onnipresente, non ha nulla di nulla di immutabile, ovvero nulla di irresistibile. Opponendosi al genere, la crociata «anti-gender» si oppone, più in generale, alla rivoluzione teorica, concettuale, epistemologica inaugurata dai movimenti femministi e lgbtqi. Dai primi usi del concetto di genere, all’inizio degli anni ‘70, diverse teorie del genere sono state formulate da differenti teoriche. Basti pensare al lavoro di Christine Delphy secondo cui il genere costituisce il sistema che separa l’umanità in due parti asimmetriche, in due gruppi gerarchici. In tal senso «uomini» e «donne» sono pensati come gruppi sociali naturalizzati. O ancora a Judith Butler che teorizza il genere come un dispositivo di costruzione della maschilità e della femminilità attraverso un’inculcazione reiterata e sempre imperfetta della «normalità sessuale» in vigore. Oppure alla definizione elaborata da Joan W. Scott secondo cui il genere non è solo la forma storica attraverso cui la differenziazione tra i sessi si declina nei diversi contesti storici, ma anche la matrice concettuale per pensare tutti i rapporti di potere.

Questi tre esempi mostrano che del concetto femminista di genere esistono diverse definizioni, ovvero diverse teorie, che, tra l’altro, veicolano diversi significati delle categorie «donne», «uomini», «omosessualità», «eterosessualità». Tali teorie e, più in generale, le analisi prodotte nel campo degli studi di genere e sessualità sono portatrici di una rivoluzione inscindibilmente politica e teorica proprio ovvero di una rivoluzione che tocca le categorie di percezione attraverso cui la società pensa l’ordine sessuale, le sue divisioni, le sue relazioni. Toccare queste categorie provoca uno choc perché produce uno sconvolgimento radicale della visione del mondo di senso comune. Ciò che era pensato come dell’ordine dell’ovvio, del naturale prima di queste teorie, analisi, lotte -ovvero il fatto che gli uomini e le donne erano considerati gruppi naturali complementari- resta una solida credenza, ma, grazie a queste teorie, analisi e lotte, questa credenza ha perduto il suo statuto di dogma, la sua forza di evidenza assoluta. Una tale capacità di sbrecciare il senso comune, di disfare il «pensiero straight» per usare la nozione coniata da Monique Wittig, spiega la reattività del Vaticano e dei suoi alleati.

Ciò che questi attori chiamano «l’ideologia gender» omogeneizza, deforma e demonizza le teorie, le analisi, le lotte e le rivendicazioni femministe e lgbtqi ad un doppio fine reazionario: riaffermare che sesso e sessualità sono «fatti di natura» e deformare, stigmatizzare e delegittimare le rivoluzioni femminista e lgbtqi che hanno affermato e mostrato che sesso e sessualità sono categorie storiche e politiche. Quando gli «anti-gender» dicono che «la teoria del gender» produce la fine del mondo non abbiamo che da rispondere che le teorie del genere e, più in generale, le lotte e le teorie femministe e lgbtqi hanno per fine non la fine del mondo, ma certamente la distruzione del mondo sessista, antifemminista, omotransfobo.
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