Prosegue l'offensiva integralista contro lo scout gay: «Il suo amore è gravemente depravato»



Non accenna ad arrestarsi l'offensiva dell'integralismo cattolico contro lo scout gay sgradito al parroco di Staranzano. Un costante attacco nominale che è iniziato lo scorso marzo e che non accenna a scemare, tra fiumi di inchiostro versati per raccontare quanto sia doveroso provare odio verso di lui. Il avviene con una ferocia quasi inumana, ma soprattutto resta impunita in uno stato che appare incapace di garantire i più basilari diritti costituzionali ai suoi cittadini.
La diffamazione del giovane è partita con pubbliche condanne morali pubblicate sul giornale diocesano da un prete che invitava i suoi parrocchiano a cacciare il giovane dal gruppo scout. Si è passati agli insulti dell'organizzazione forzanovista Provita Onlus alla beatificazione del prete omofobo da parte di Famiglia Cristiana, passando dai giudizi elargiti dal quotidiano dei vescovi.

A vomitare nuovo odio contro il giovane sono ora le pagine di Corrispondenza Romana, il sito ultra-integralista diretto da Roberto De Mattei. Per mano di Mauro Faverzani, scrivono:

Agesci è la sigla delle guide e degli scouts cattolici italiani. Ed i cattolici, si sa, considerano le relazioni omosessuali «come gravi depravazioni», «atti intrinsecamente disordinati», «contrari alla legge naturale», tali quindi da non poter essere «in nessun caso approvati»: piaccia o non piaccia, al di qua e al di là del Tevere, questo è il n. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica, mai riformato, né modificato.
Né potrebbe esserlo. Non è pertanto compatibile col Catechismo, né con la Dottrina e la morale cattolica la cosiddetta “unione civile” celebrata lo scorso 3 giugno tra il capo-scuot dell’Agesci, Marco Di Just, ed il consigliere comunale del PD, Luca Bortolotto, improvvidamente “benedetta” da don Eugenio Biasol, assistente degli scout a Staranzano, arcidiocesi di Gorizia.

Sfoderato il solito elenco di insulti basati su codici e codicilli scritti dall'uomo (anche se sappiamo come Gesù non esitò a dire che le regole dell'uomo valgono meno di niente), si arriva ad un vero e proprio processo mediatico in cui il sacerdote omofobo viene elevato a vittima, giudice e carnefice che ha diritto di veder esaudita ogni suo più perversa richiesta di violenza a danno del prossimo:

Ciò che ha provocato la prevedibile condanna da parte del parroco, don Francesco Maria Fragiacomo, il quale ha inviato una lettera al decano di Monfalcone e parroco di San Lorenzo a Ronchi dei Legionari, don Renzo Boscarol, lettera in cui ha evidenziato come lo stato di Di Just sia da ritenersi incompatibile col suo incarico educativo all’interno dell’Agesci.
Dal canto suo, l’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Maria Redaelli, in una propria nota ha invitato a «dar tempo», preoccupato del fatto che un proprio pronunciamento potesse «essere visto come autoritario» prima ancora che della necessità di puntualizzare la Verità. Il che si è tradotto, così, in un reiterato silenzio.

Sostenendo che l'amore sia una stupidaggine e che l'odio sia l'unica vera ragione per professarsi cattolici, l'articolo procede anche a presentare un pensiero unico in cui si sostiene che l'unico vera vittima è chi non può perseguitare il prossimo anche se nomina il nome di Dio invano quale pretesto per le sue pretese:

Ciò ha consentito a Di Just di continuare a fare il capo-scout in una comunità parrocchiale, lacerata al proprio interno da un’accesa disputa su questa vicenda, oltre tutto di fronte ad un imbarazzante rimpallo di competenze tra i vertici nazionale, regionale e locale dell’Agesci. Chi, invece, non ha atteso è stato il decano don Boscarol, che ha trovato (verrebbe da dire “addirittura”, se la cosa non avesse ormai smesso di stupire…) ospitalità sulle pagine del quotidiano Avvenire. A suo dire, tutta questa vicenda sarebbe «evangelizzazione». Citando papa Francesco, parla della «Chiesa aperta a tutti», quella che «non esclude» ed invita ad «andare all’essenziale», come se l’essenziale non fosse in questo caso la Parola di Dio, che in merito è inequivocabile.
Drammatiche le parole di don Fragiacomo, “reo” solo di aver sollevato la questione nei termini prescritti dalla morale cattolica. Ed è proprio lui a riassumere così la vicenda: «Che fiducia posso avere dei miei confratelli, che nel momento delle difficoltà, invece di essere vicini e solidali, sono assenti, lontani o addirittura contro? Invece di essere in sintonia sul messaggio del Vangelo, ne sono in piena dissonanza con dottrine, prassi, metodi e stile completamente diversi. Invece di sostenermi in un caso scandaloso, che compromette gravemente il messaggio educativo buono verso i giovani, superficialmente minimizzano, ti accusano, ti sparlano alle spalle o ti canzonano pubblicamente sui giornali nazionali».
E prosegue: «Che razza di Chiesa è questa? Quali grandi ideali presenta ai giovani? Non so se verrò ancora alle prossime riunioni del decanato». Detto, fatto. Le cronache narrano della sua diserzione all’incontro di ottobre. Ma la domanda da lui posta è centrata: che razza di Chiesa è, questa?

Tra insulti e offese gratuite, c'è da domandarsi se lo stato si deciderà prima o poi a prendere posizioni dinnanzi a chi diffonde i dati sensibili di un ragazzo poco più che ventenne per asserire pubblicamente e persecutoriamente che la famiglia e gli affetti di quel ragazzo devono essere considerati una «grave depravazione».
Davvero in un Paese civile si può considerare accettabile assistere ad un intero anno di costanti e continui attacchi personali elargiti da chi neppure conosce la sua vittima ma non si fa problemi a danneggiare la vita e la dignità altrui per i propri fini politici? Certo, tra le righe emerge abbastanza chiaramente come l'obiettivo sia attaccare la Chiesa di Francesco per incoraggiare la scissione auspicata da De Mattei, ma nei fatti si assiste ad un atto intimidatorio di chi fomenta odio a danno della vita e della dignità di una persona.
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