Castrazioni e violenze, così i nazisti volevano "curare" i gay deportati



Nonostante si ipotizzi che Hitler abbia avviato lo sterminio dei gay al solo fine di disfarsi di un gruppo sociale che non appoggiava le sue politiche, è nei centri di concentramento in cui venivano deportati che Heinrich Himmler si convinse di poterli "curare".
I gay venivano sottoposti a trattamenti forzati che avrebbero dovuto "renderli" eterosessuali: venivano svegliati all’alba e, dopo l'appello, dovevano stare nudi all’aperto nudi per qualche ora. Non importava se si gelava o se pioveva. Poi venivano sottoposto ad un lavoro duro per il resto della giornata.
Himmler chiese a dei professori universitari di medicina di constatare gli effetti del suo metodo, ma tutti confermarono che le angherie subite non modificavano il loro orientamento sessuale.
Himmler fece così allestire una sezione per deportati gay all'interno del campo femminile di Ravensbruck, obbligando i gay a dover vivere spalla a spalla con prostitute polacche, cecoslovacche, russe e ungheresi. Non funzionò. Ci riprovò con le teorie di endocrinologo danese Karl Vernaet. L'uomo si dichiarava un "esperto" di omosessualità e diceva di poter "guarire" i gay attraverso una procedura che prevedeva la loro castrazione, l'innesto di un glande artificiale e la somministrazione un ormone maschile cristallizzato sotto l’inguine o la pelle dell’addome. Tra il 1939 e il 1943, i registri del Reich indicano che almeno 563 gay siano stati sottoposti a quelle torture. Qualcuno morì, ma nessuno mutò la propria natura.
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